INTERVISTA A FILIPPO GOLIA, AUTORE DI "SENZA MAI DARSI PACE VITA E POESIA DI ASSUNTA FINIGUERRA"

Pubblicato il 26 ottobre 2026 alle ore 08:00

Intervista a Filippo Golia autore del saggio narrativo "Senza mai darsi pace" (Connessioni 2026) dedicato ad Assunta Finiguerra 

1. Da dove è nata l’idea di scrivere un libro su Assunta Finiguerra? Non ti sei fermato ai libri. Sei andato a San Fele, hai incontrato il marito, il figlio, le amiche. Qual è stata la molla che ti ha spinto a dedicarle tanto tempo e, come dicevano i vecchi giornalisti a caccia di notizie, a consumare le suole delle scarpe sulle sue tracce?

Quando ho letto le sue poesie in rete, la prima cosa che ho pensato è stata che ero di fronte a un grande poeta contemporaneo e subito dopo che la sua poesia era già stata rimossa da ogni canone. E questa mi è sembrata una grande ingiustizia: come se ci si stesse dimenticando di un Lorca o, non so, di una Patti Smith…
Poi ho scoperto la sua vita difficile, con il divieto paterno allo studio, la lunga latenza della poesia, i dieci anni appena in cui è stata scritta un’opera vasta e importante, il messaggio arrivato ai contemporanei nonostante la lingua adottata, incomprensibile ai più. E mi sono detto che a volte una biografia può fa rivivere un poeta e aprire la strada alla sua riscoperta.

2. Già dal titolo, Senza mai darsi pace, incontriamo una donna inquieta. In che senso Assunta era una donna senza pace? Che cosa la tormentava?

Credo fosse il bisogno d’amore e la consapevolezza di poter ottenere dal mondo un amore più esatto, più adeguato alle sue doti, a ciò che era davvero. O non era stata amata o lo era stata per le ragioni sbagliate. Lei voleva che fosse riconosciuta e amata la sua follia d’amore: amore per la vita, per gli altri, per la bellezza e anche per la bruttezza… Ma questo non era per nulla semplice da ottenere.

3. Leggiamo Shakespeare o Proust in traduzione e sentiamo comunque di averli incontrati. Perché, per conoscere davvero Assunta, ci inviti a leggerla in dialetto? Che cosa rischiamo di perdere in italiano?

Penso che ci siano autori accessibili in traduzione: Moravia, Graham Greene; magari perdono qualcosa ma la sostanza arriva. No, Proust non credo: mi sembra che in italiano il suo lento e complesso periodare diventi inevitabilmente cerebrale, mentre è musicale e visivo (come un’architettura).
Gli inventori di lingue parzialmente inesistenti, come Gadda o Consolo, ovviamente non sono traducibili. Assunta Finiguerra, in parte, sta con questi ultimi: la sua è una lingua, corrispondente a un parlato locale, certo, ma completamente inventata mentre viene messa per iscritto. E poi è una poesia intensamente sonora, con vocaboli sontuosi come ammangamiénde per svenimento o chiandulizze per lacrime (o, più precisamente, piagnucolio; ma appunto, una traduzione esatta è quasi impossibile).

4. Nel ricostruire la sua vita hai colmato alcuni vuoti con l’immaginazione, senza tradire la sua storia. Ci racconti come hai lavorato su questo confine?

La parte più difficile è stata la giovinezza di Assunta, su cui c’erano molte lacune. In alcuni casi ho raccontato qualcosa di diverso: non avendo ritrovato la sua corrispondenza con il detenuto Raoul Ghiani, mi sono dilungato a raccontare la storia di lui, con alcune implicazioni letterarie, degne di nota; in altri ho fatto ricorso alle poesie, scritte probabilmente molti anni dopo, ma spesso riandando a evidenti esperienze della vita passata; a volte, infine, ho desunto i suoi comportamenti dalla conoscenza del suo carattere - come emerge da lettere, scritti, interviste – calato in un contesto ambientale pure ricostruito con molta attenzione.

5. Assunta si riconosce in Isabella Morra, fino a confidare a un’amica di esserne la reincarnazione. Che cosa le unisce, secondo te? Una stessa prigionia, una parentela poetica, o entrambe?

In realtà come poeti sono molto diversi, almeno quanto possono esserlo Petrarca e Cecco Angiolieri o François Villon. Le unisce l’essere state oggetto di ripetute violenze e aver palpitato di consapevolezza: sia di ciò che subivano che di ciò che rischiavano.

6. «Difendi le mie poesie», raccomanda Assunta a un’amica prima di morire. Con questo libro tu cerchi anche di riportarle all’attenzione dei lettori. Come hai vissuto la responsabilità di raccogliere quel testimone?

Ho avuto spesso paura di non farcela, di non riuscire a rendere ciò che io avevo intuito. La scelta di riempire il testo di riferimenti letterari, per esempio, mi è sembrata un azzardo ma un azzardo necessario. Guardate, volevo dire, qui non abbiamo a che fare solo con la vita di una poetessa dimenticata tra tante: qui c’è davvero in gioco la storia della letteratura.
Ma ancora temo di fare cilecca. Io vorrei proprio che Assunta Finiguerra rientrasse alla grande nel canone: accanto a Belli, Noventa, Loi, Guerra.

7. È una storia vera, ma in molti passaggi si legge come un romanzo; in altri emerge il giornalista, come nel racconto del delitto Fenaroli e della vicenda di Raoul Ghiani. Come sei arrivato a questa forma, che tiene insieme ricerca, racconto e poesia?

Mia moglie sostiene che c’entrano gli anni di lavoro come giornalista televisivo, in cui ho realizzato reportage molto lunghi, a volte anche di un’ora, partendo, viaggiando, incontrando realtà disparate; anni in cui ho imparato a fondo l’arte del montaggio.
Mi sa che non ha tutti i torti!

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