NOTA DI LETTURA 2. LA RAGAZZA POLACCA DI PIER PAOLO DI MINO

Pubblicato il 18 ottobre 2026 alle ore 05:57

Perché la realtà non sia mai più nemica dell'amore 

di Luca Scacchetti

Non c'è nulla di passionale nel recensire un libro. Almeno finché non si tratti di un’opera di Pier Paolo Di Mino, che magari risponda pure al titolo de La ragazza polacca e sia uscito una manciata di settimane fa per l'editore hopefulmonster (nome che già di per sé evoca mistero, o meglio, cose piuttosto "meravigliose"). Allora forse c’è solo passione nel dover scrivere di questo libro. Nulla di strano quindi se, in metro, in piedi tra la gente, io mi senta improvvisamente osservato. E dopo un po’ sia proprio costretto ad ammettere che sì, è vero, ho gli occhi puntati addosso, del resto stavo ancheggiando, insomma, finora non lo sapevo ma facevo ondeggiare i fianchi – anche adesso – un po’ di qua un po’ di là, a tempo, pur con quella "grazia e gentilezza" che ricorrono spesso ne La ragazza polacca, e non c’entravano niente gli scossoni del vagone, no, che pure non mancavano, stavo semplicemente danzando col corpo il canto incantevole e sussurrato della prosa, libro che intanto, quasi per magia, sfogliavo tra le mani senza accorgermene. Con La ragazza polacca in pugno, voglio dire, a furia di ondeggiare e ondeggiare ho perso la fermata, poi due, poi tre, d’altronde: volteggiavo sul mondo, un po’ come capita a Joseph Idel a pagina quaranta – momento cruciale del libro, che ho raggiunto dopo appena pochi minuti di lettura. Una mattina come tante, in metro, tra la folla, uno può anche scoprire di saper muovere i fianchi con la stessa sensualità e la grazia che ha Di Mino quando scrive, e perché no? di esserci caduto dentro quel libro, fino a pensare che forse varrebbe la pena trattenere il momento – un po’ come cerca di fare disperatamente Idel, il protagonista del racconto –, e magari farsi un altro giro, che so, fino al capolinea della metro, fino al capolinea dei capolinea, fino al capolinea del mondo (e questo giusto per fare il verso al povero Idel e solidarizzare col suo spirito di giovane innamorato), pur di arrivare fino in fondo senza spezzare l’incantesimo.

Lo Splendore (Laurana, 2024) di Pier Paolo Di Mino, romanzo da cui La ragazza polacca estrae un episodio e ci scruta dentro, rappresenta solo un tassello di un mosaico molto grande, fatto di pubblicazioni (tra le altre, Il libro azzurro), figurazioni (tutto l’apparato iconografico di Veronica Leffe), assemblee come Il Sinodo che è emanazione diretta del libro, rivelando – sembra – il proposito che la materia del romanzo prenda corpo punto per punto, dalla struttura ideologica ai suoi spunti narrativi, e tra tutto ciò, come si diceva, tra le fitte maglie che l’autore tesse ormai da molti anni, La ragazza polacca trapela come un fiotto di luce che abbia trovato un varco inaspettato – e quantomeno nel rapporto tra romanzo e racconto, la cerniera tra i due libri sta nella pipa che Idel fuma ne Lo Splendore e che lo riporta indietro con la memoria a un’attesa snervante, da ragazzo, quando sperava che finisse il temporale e potesse finalmente tornare dalla ragazza polacca –, in questo fiotto di luce che, come dice l’autore: "cambia dentro e spacca tutte le cose" ci troviamo di fronte a una stralunata fiaba metropolitana, in questo fiotto di luce che è La ragazza polacca c’è la storia di un innamoramento che è quella di tutti gli innamoramenti che abbiano fatto la vicenda personale di un uomo, di ogni uomo a cui sia capitato almeno una volta nella vita di innamorarsi davvero e almeno una volta abbia avuto la fortuna, la grazia e la gentilezza, di imbattersi in una passione così forte da sprigionare tutto nell'arco di un’ora, e poi basta, poi nulla più. E se Idel, se proprio quel Joseph Idel che farà da padre a Hans che è il protagonista del romanzo principale Lo Splendore, se quell'Idel ancora giovanissimo deve fare i conti, qui, con il rapimento estatico della carne e dell'amore per la ragazza polacca, dall'altra parte c'è pur sempre il socialismo, il richiamo dell'impegno politico che sa di rispetto per la famiglia e per i valori, quasi fosse un salvacondotto contro la vergogna del peccato, e poi le sirene della fabbrica e di una vita addomesticata come vera strada per realizzare il socialismo, che a sua volta illuminerà la via per l’amore, ma se non c’è l’amore fin dapprincipio allora non ci può essere nemmeno il lavoro, e così l’economia e la virtù saltano, e il socialismo non si avvererà, ed è tutta una lucida contraddizione e un cortocircuito che attanagliano Idel e lo confondono lungo questo meraviglioso racconto che è l’epifania di una ragazza bellissima che spazza via ogni elucubrazione e ogni tattica e con la sua muta educazione sessuale mostra a Idel cos’è vero e cosa no, il confine tra l’essere e il non essere. Perché Joseph Idel è inerme di fronte alla ragazza polacca ma suo padre e i fratelli no, non lo erano stati nella lotta per la causa socialista, e l’avevano pagata cara per questo, per le loro idee sovversive, ma almeno loro la ribellione l’avevano testimoniata col sangue e dunque sapevano distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Difficile immaginare con quale incanto si possa descrivere una scena di sesso finché non si legge questo libro, mi sono detto mentre scendevo dalla metro, dopo tante fermate. “L’amore trionfa su tutto”, questo lo sappiamo. E quando, all’apice del trasporto, la ragazza polacca beve il seme di Idel, l’autore conclude con un laconico e sconcertante “e fu cosa buona e giusta” – citazione a rischio, non provenisse da una penna, quella di Di Mino, così colta e raffinata –, basti pensare che le creature del luogo si danno convegno dove avviene l'atto carnale, confluiscono insetti, animali, umori da ogni sorta di alberi e piante, insomma c’è un consesso di energie nel momento in cui Idel viene, un’evocazione di forze cosmiche che fa pensare come, dopotutto, non siamo soli. E lascia intendere che, per quanto bui siano i tempi, per quanto impotenti ci si possa sentire, noi esseri umani conserviamo pur sempre la possibilità di resistere alla barbarie, purché ci consegniamo all’amore. L’amore idealizzato, l’amore sperato, l’amore cavalcato da Idel e poi subito dopo sospettato di essere un sogno o una fantasia, come ogni cosa che sembri fin troppo vera per esserlo davvero. Di certo, l’amore fatto e finito.

La ragazza polacca di Pier Paolo Di Mino comincia laddove finisce il "fracasso di una trafileria" di una fabbrica di fine Ottocento che stordisce Joseph Idel all’inizio del libro, e poi, con maestria da speleologo, strato dopo strato ci conficca tra tigli, papaveri, spighe e fiori di stramonio che inebriano l’aria allontanando le paranoie, il mondo si anima, il mondo soffre per il caldo e si accende della stessa passione che avvampa i due protagonisti, fino a toccare quel “fondale marino” in cui Idel rischiò di annegare e dove fu iniziato all’amore. Così la scrittura scava, con pazienza e levità che la fanno scivolare via torrente dopo torrente come fosse acqua di montagna, finendo per dimostrare come, senza posa, benché platealmente, la letteratura esiste e c'è chi la pratica e si infiammerà del potere che rimane agli uomini – quel “desiderio che preme e spinge alla vita”, riflette tra sé Idel –, e tutto ciò non è disimpegno civile, nossignore, ma il più alto grado di riconoscimento del nostro essere qui, dove troveremo le nostre radici e al contempo vedremo oltre le nuvole nel caldo atroce e denuderemo il mondo con la forza semplice della grazia, della gentilezza, dell'amore.