Cinque domande scomode ai protagonisti di Letterature senza esercito
Nell’Apologia di Socrate, Platone affida a Socrate una delle immagini più celebri della filosofia antica: quella del tafano.
Socrate paragona la città di Atene a un grande cavallo, nobile e possente ma, proprio per la sua mole, un po’ torpido e incline ad assopirsi. Il suo compito, dice, è quello del tafano: pungere la città, scuoterla, costringerla a interrogarsi e a non accomodarsi troppo nelle proprie certezze.
Da questa immagine prende il nome Il Tafano, una rubrica di Connessioni che rivolge cinque domande scomode ai protagonisti di Letterature senza esercito.
Cinque domande brevi, dirette e volutamente scomode. Non per mettere in difficoltà l’intervistato, ma per pungere qualche certezza e sottrarsi alle formule promozionali e alle risposte già preparate: il libro come “viaggio”, la scrittura come “sfida”, il progetto nato da “un’urgenza”, il romanzo che “aveva bisogno di essere scritto” e, naturalmente, l’immancabile “libro necessario”.
Il Tafano prova invece a chiedere qualcosa a cui sia un po’ più difficile rispondere per automatismi.
Le cinque domande sono uguali per tutti gli autori: proprio per questo, risposta dopo risposta, Il Tafano vuole costruire anche un piccolo osservatorio sul modo in cui oggi gli scrittori pensano la letteratura, la lettura, il proprio lavoro e il rapporto con il pubblico.
Intervista N°1 a Elena Rui su Le vedove di Camus
1. In una biblioteca ci sono Proust, Kafka, Virginia Woolf, Han Kang, Annie Ernaux, Olga Tokarczuk, Cărtărescu, Roberto Bolaño e migliaia di altri. Perché qualcuno dovrebbe togliere tempo a loro per leggere proprio il tuo libro?
Non si deve togliere tempo a loro. Più si legge più si ha tempo di leggere. Potrei ricordare che, prima che L’Orma la traducesse, Annie Ernaux non se la filava nessuno. Che il lettore si fidi del fiuto dell’editore se non si fida del talento della scrittrice. Fra l’altro l’oggetto è bello e fa pendant con i volumi della collana Kreuzville Aleph in cui è pubblicata Annie Ernaux.
2. Tra gli scrittori circola un certo disprezzo per la letteratura italiana contemporanea: molti dichiarano tranquillamente di non leggerla. Tu la leggi? Se sì, consigliaci almeno tre titoli di autori italiani nati dopo gli anni Sessanta. Se no, perché un lettore dovrebbe fare con te l’eccezione che tu non fai con gli altri?
È un disprezzo che non condivido. L’ho provato anche io, fresca di studi, ma oggi lo considero un atteggiamento spocchioso da ex allievi del Liceo classico laureati in Lettere. Però non condivido neppure il criterio che avete imposto: nati dopo gli anni Sessanta? Perché quelli che sono nati prima non sono contemporanei? Non scherziamo. Consiglio “La ricreazione è finita” di Dario Ferrari, che rientra in tutto e per tutto nei vostri parametri. Ma anche “Il fuoco che ti porti dentro” di Antonio Franchini (di cui temo un po’ l’adattamento cinematografico) e Gotico Rosa di Luca Ricci, così consigliamo anche dei racconti.
3 Quanto tempo hai impiegato a scrivere questo libro e quanto, invece, a riscriverlo? Qual è la cosa migliore che hai avuto il coraggio di buttare via?
Non riesco a rispondere a questa domanda perché non funziono così come autrice: non riscrivo un libro, ma costantemente la stessa pagina, la stessa frase. Butto via sistematicamente finché scrivo e quindi non ricordo di cosa mi sono privata strada facendo. Il mio problema non è quasi mai togliere ma aggiungere. Disfo più di quello che faccio. Ho impiegato tre anni a scrivere Vedove di Camus.
4. Qual è il difetto del tuo libro che una recensione amica probabilmente non scriverebbe?
Non ho avuto solo recensioni “amiche”. Un tale ha scritto che si tratta di alta portineria letteraria. Non condivido questo punto di vista. Tal altro ha parlato di una scrittura sobria, ma forse fin troppo, quasi inibita. Questo talaltro mi mette più in difficoltà, per il suo prestigio di critico, ma anche perché mi chiedo se un aspetto che io consideravo un pregio possa essere un difetto. Resta una domanda aperta. Non c’è nulla di definitivo nella scrittura.
5. Immagina di poter tornare indietro nel tempo, all’istante prima di cominciare a scrivere. Sai già che il tuo libro venderà soltanto cento copie, non vincerà premi e non ti procurerà nessun invito. Lo scrivi lo stesso?
Ovvio. Mica potevo immaginare che sarebbe andata diversamente. Ho sempre scritto pensando più allo scenario evocato da voi che alla finale del premio Strega.
Elena Rui sarà con noi il 6 novembre per "Raccontami il tuo incipit".
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