NOTA DI LETTURA 1. L'INFINITA

Pubblicato il 25 settembre 2026 alle ore 17:45

Alla fine di L’infinita compare la poesia di Pablo Neruda dalla quale la plaquette prende il titolo. La sua collocazione non è un semplice omaggio. Nei versi nerudiani la donna è un territorio che le mani dell’uomo percorrono senza riuscire a comprenderlo interamente: corpo, paesaggio, materia amorosa smisurata. Le diciotto poesie che precedono quel testo sembrano compiere il movimento inverso. Le mani appartengono ora alle donne: stringono un figlio, ricevono la fatica degli uomini tornati dal mare, si intrecciano in una promessa, firmano armistizi con il fisco, riparano la casa, cercano le parole. La figura osservata prende la parola e restituisce lo sguardo.

È questo il gesto più persuasivo del decimo opuscolo della collana “La Confraternita”: non definire la donna, ma affidare la domanda a tre scritture molto diverse. Daniele Giancane, nella prefazione, avverte giustamente il rischio implicito nel tema prescelto, esposto all’ovvietà e al sentimentalismo. Il libro elude in gran parte quel pericolo perché non cerca un accordo artificiale tra le autrici. Costruisce piuttosto un contrappunto: alla memoria familiare e meridiana di Maria Curatolo seguono l’interiorità ferita di Giuseppina Irene Groccia e la poesia insieme domestica, scientifica e civile di Ornella Mamone Capria.

Per Maria Curatolo la donna esiste anzitutto nella continuità delle generazioni. È figlia, madre, nonna; custodisce partenze e ritorni, attraversa la distanza e la ricompone. Il suo paesaggio originario è il Sud, con il mare, la risacca, la città dei Bruzi, i panni impregnati di salsedine. Silvia De Luca ha parlato, con un’immagine efficace, di “fotografie familiari distese sulla pellicola di un tempo continuo”. Sono infatti le immagini concrete a dare maggiore forza a questa prima sezione: il garofano bianco affacciato al balcone, il grande lettone degli abbracci infantili, l’odore pungente degli abiti degli uomini rientrati dalla pesca. Qui la maternità non è soltanto un tema dichiarato, ma un modo di misurare il tempo e di trasformare la fatica in dono.

A volte la maiuscola di “Donna”, insieme alla ricorrenza di parole come anima, amore, speranza, radici e orgoglio, tende a spostare l’esperienza verso l’archetipo. La poesia di Curatolo acquista invece intensità quando resta vicina alle cose: al mare, ai corpi, alle stanze, alle partenze. Donna di un’alba e Ninna nanne sospese sono, in questo senso, tra i testi più compiuti, perché lasciano che sia la vita materiale a produrre il significato.

Con Giuseppina Irene Groccia il quadro familiare si frantuma. La donna non viene quasi mai nominata direttamente: appare nel “noi”, nel “tu”, nella sorella invocata, nei corpi smarriti e ritrovati. La parola procede per domande, interruzioni e improvvisi cambi di quota. Giancane ne sottolinea la tensione narrativa ed evoca Pavese; il racconto, tuttavia, rimane deliberatamente incompleto. Qualcosa è accaduto — una separazione, una resa, una fuga, forse una guerra — ma ne riceviamo soltanto i detriti emotivi.

Il centro simbolico di questa sezione è già nel titolo Labirinto di saliva e cenere: la materia vitale del corpo convive con il residuo della distruzione. Petto, nocche, saliva, ossa, cuore e occhi compongono una geografia psichica nella quale perdersi e tentare nuovamente la risalita. Silvia De Luca descrive Groccia come una presenza ferma sull’uscio dei propri luoghi interiori: è un’intuizione precisa. La sua poesia invita il lettore a entrare e contemporaneamente gli sottrae la storia che potrebbe orientarlo. Nei momenti migliori questa reticenza genera una tensione autentica; altrove l’accumulo di termini astratti e aggettivi rischia di rendere indistinta l’emozione. Restano però versi e domande capaci di aprire improvvisamente il testo: «Cosa vedi tu / di quello che io non vedo?».

La sezione formalmente più audace è quella di Ornella Mamone Capria. La sua formazione scientifica diventa una lingua poetica capace di accogliere Zoom, il fisco, i bilanci, l’entropia, il piano inclinato e la soglia di snervamento senza ridursi a esercizio intellettuale. Il teorema dell’attrito parte dalla donna contemporanea divisa tra una riunione e la ricerca di un calzino spaiato, tra il lavoro amministrativo, la casa e un verso appuntato su una confezione trovata per caso. L’ironia impedisce alla figura di trasformarsi subito nell’ennesima celebrazione della “superdonna”. L’attrito non viene cancellato né nobilitato: viene raccolto, masticato, convertito in resistenza.

Anche in Invarianza la geometria diventa esperienza sociale. La donna è un corpo sul quale il mondo esercita pressione, ma è anche “ipotenusa che tiene insieme / le direzioni”. L’immagine notata da Giancane è uno dei punti più alti del libro: non celebra una grandezza indefinita, mostra la funzione concreta e spesso invisibile di chi tiene unite traiettorie destinate a separarsi. In Insonnia e saliva, poi, questa resistenza coincide con la scrittura: la donna entra scalza nel bianco della pagina, incrina il silenzio e trasforma la crepa in un varco.

Più delicata è la prospettiva di Il dubbio, dove la capacità materna di conoscere il dolore viene contrapposta alla violenza del comando e della guerra. L’ipotesi possiede una forza civile evidente, ma sfiora l’idea rassicurante secondo cui maternità e natura femminile garantirebbero di per sé la pace. Il ricorso insistito al “forse” salva il testo dalla sentenza: la poesia non proclama una verità, la mette alla prova.

Attraverso le tre sezioni corre una trama più profonda della semplice appartenenza geografica. È una trama di gesti e movimenti. Curatolo parla di cammini, partenze, ritorni e strade; Groccia di voli, cadute, binari, fughe e risalite; Mamone Capria di moto, orbite, attriti e direzioni. Anche le mani cambiano funzione passando da una voce all’altra: accolgono e proteggono in Curatolo, si stringono ostinate in Groccia, lavorano e riparano in Mamone Capria. Quando infine arrivano le mani di Neruda, che cercano di misurare il corpo dell’amata, il lettore le incontra dopo aver attraversato tutte le altre. Quel corpo non può più essere soltanto contemplato: possiede ormai memoria, voce, lavoro, pensiero e linguaggio.

La grafica di Giuseppe Zilli accompagna bene questa pluralità e arricchisce il testo di un ulteriore livello di lettura. L’alternanza di pagine bianche e nere, i frammenti fotografici degli occhi e delle mani, i nomi disposti verticalmente scandiscono le tre identità senza separarle rigidamente. Le fotografie, in particolare quelle degli sguardi, ci arrivano tagliate: quasi a indicare che quanto possiamo percepire è soltanto una parte di quell’infinito che resta dietro le immagini e aleggia sull’intera raccolta. Anche visivamente la plaquette procede per apparizioni, contrasti e zone d’ombra.

Non tutti i testi hanno la medesima tenuta. Il libro è meno incisivo quando nomina direttamente la Donna, l’Amore o l’Anima e più convincente quando lascia parlare un oggetto, un gesto o una contraddizione: i panni intrisi di mare, un labirinto di saliva e cenere, una tazza dimenticata che si raffredda. Ma proprio questa oscillazione rivela il senso dell’esperimento. L’infinita non consegna un ritratto unitario del femminile. Mette in tensione tre possibilità: la donna come memoria genealogica, come interiorità esposta alla perdita, come corpo sociale che resiste all’attrito e continua a scrivere.

Il titolo al singolare contiene così una pluralità irriducibile. “Infinita” non è la donna perché idealizzata o incomprensibile, ma perché nessuna immagine — madre, figlia, amante, sorella, lavoratrice, poetessa — riesce a esaurirla.

LA REDAZIONE